Dolce Amaro

Oggi è tutto sbagliato,
c’è tanto dolore e non c’è forma.
Perché non muoio subito?

Equivoci.

In te ho visto la speranza del cambiamento.
Lasciar andare non vuol dire arrendersi,
ma restare nel presente.

E’ che così tanta bellezza
questo cuore non la può contenere
deve piangerla dagli occhi,
viverla nello spasmo dei visceri
esprimerla nel movimento delle danze.

Non so perché sono sensibile alla bellezza
e perché incarno la bellezza,
la sento possedermi
e fare di me un mucchietto di polvere.
Io non sono niente e sono tutto.

Bulbo che si appresta a nascere,
farfalla che ha già perso le ali,
morta prima di nascere.

Dove sono io se non sono mai stata?

Come appaiono insulse queste parole,
mi capacito dell’impossibilità di capacitarmi ed
è il massimo che mi sia dato di fare.

L’assoluto ha il tuo nome

Mi prende ora la morsa tra gola, stomaco e cuore
e c’è una specie di pudore
che mi impedisce di
 dirmi cosa sia
e
 di urlarlo al mondo.

Ma a te, a te lo direi.

Mi unirei in questo sogno di passione
in cui mi dimentico di me
pe
r un unirmi anche solo un istante
a
 quel Tutto in cui non c’è più agonia.

Probabilmente questo farò
nell’ultimo spiraglio di speranza,
prima del morire
la mia anima 
si era già ricongiunta con la tua.

Eravamo ancora due,
ma due in una fusione d’anime.
Nei tuoi occhi vedevo tutto il mondo
tr
ascorrere in un attimo e in quell’attimo
passare in rassegna le impressioni di una vita.

Qualcosa in me mi dice che è sbagliato,
che la verità non è questa,
le rassomiglia così bene,
che la sola idea di unire il mio corpo con il tuo
mi sa di appagamento e di speranza.

Anche l’unione sarà solo un breve istante
dal sapore d’infinità,
ma varrà la pena ancora e ancora,
come un fuoco che arde e brucia via le ceneri del dolore.

Questo amore per te vive dell’inappagamento,
non ha la forza della distanza e così patisce
e si rinfranca nella vicinanza della fantasia.

Ma come duole il mio cuore adesso
dell’immagine perduta nei tuoi occhi
dentro ai quali ho cercato
di poter ritrovare me stessa.

Dell’amore che si sprigiona tra la nostra pelle,
consumata eppure fresca 
di gioventù,
io mi rammarico
 e vivo in questa mancanza
che non rinfresca la
 sua sete di bellezza.

Non mi resta che il grigiore di questo alone di solitudine
che sempre mio compagno,
mi guarda in silenzio.

Penso al mio cuore che da solo non basta,
cos’altro mi aspetta dalle ceneri di me stessa?
La rinascita ancora cercandoti senza mai trovarti?

chi sei tu?

Troppo vicino

Stamattina nei nostri silenzi,
sentivo da cuore a cuore un legame divino
lambire la tua pelle a contatto con la mia
come due involucri di carta,
così fragili e precari.

Sembrava che il silenzio
fosse l’unica risposta per affrontare questa battaglia,
questo contatto scottante che sembra tacere
e al tempo stesso reclamare pietà.

Subito dopo la rabbia,
protagonista di questa prigione
che ci incatena qui,
corpi invischiati nell’incapacitazione di sé stessi,
anime fustigate alla non libertà,
a questa eternità impossibile ed irrequieta.

Noi che non sappiamo stare in noi stessi
e ci specchiamo negli occhi tuoi e miei
e ci imploriamo.

Ci auguriamo in quegli sguardi inadatti,
che cercano di correggersi
per il loro essere inappropriati,
di trovare in quell’impossibilità di espressione,
un accenno di comprensione intima,
di compagnia
in questo abissale viaggio.

Ho cercato di non dirmi, ma di sentire il cuore
e l’ho trovato,
pur sfuggendomi via
con quell’imbarazzo che mi sfida e mi sorprende
quando mi accorgo di me
e del miracolo che sono, seppur miseramente e debolmente
essere umano.

Una tale intensità mi richiede preghiera e
bestemmia, silenzio e urla di ribellione.
Il pianto o la follia,
entrambe mi lasciano finalmente esausta
e strenuamente mi accompagnano
verso l’oblio.

La pazienza del risveglio

Scusa se ti guardo  e interrompo la tua preghiera
o forse, nel mio guardare,
preghiamo insieme e si aggiunge qualcosa di prezioso.

Devo rinunciare  a tutto ciò che so,
se poi mi esplodesse il cuore
mi raccoglieresti con cura?

Un pezzo per volta, li dai ai merli qui fuori.
Se mi lasciassi sorprendere mi frantumerei?
Il pane mi chiama,
“Esci da qui! – dice- e annusa il mattino”.

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Respiro

Che qualcuno confermi
che sta proprio accadendo
tutto questo!

Dal sibilo dell’esistenza,
canterei
forse poco più forte,
del tempo morto.
Io potrei legittimare questo grido
allo strepitio dell’anima.

Ringraziare il non so
che mi dà pane per vivere.
Proprio quando non ho più altro,
mi ricorda che
nel niente,
c’è l’eternità che divampa.

Proprio nella minaccia che toglie,
mi sorprende
un tappeto di foglie
che attenua
lo scalpitio dei miei passi.

Per essere fedele all’assurdità
dovrei limitarmi ai granelli più semplici,
perché proprio nella minima differenza,
giace la grandezza del tutto.

Ancora respiro e sciacquo il viso
che sporcandosi
mi dà la terra sotto i piedi.

Laura

Come si fa?

Faccio il caffé,
è forte, devo mangiarci cioccolata.

E dove sta il mio cuore?

Se ho fame
non posso sentirmi in colpa.

Che c’entra?
Come dev’essere?

Io mi trovo a non avere metodo
né strategia.

Se tu mi chiedi
son qui per sbaglio
son qui un pò per caso.

Negli occhi degli altri
il rimprovero violento
per lo specchio di sé
e del grande: “Perché?!”

La violenza  è l’imposizione della parola nel silenzio.
E’ il modo in cui presumi di sapere in tua assenza
la richiesta del momento.

Il pezzetto del mio cuore lacerato
perde gocce di pianto e si domanda, mi domando:

“Perché mi fai questo? – o forse dovrei chiedermi – perché questo si fa?”
Sempre lo stesso, senza storia,
solo il fatto,
crudo.

E invece si cuce
la trama delle domande
tra te e te,
tra ma e te:

“Cosa stai dicendo al tuo cuore?
cosa hai bisogno di dimostrare,
di evidenziare,
che non sia già di troppo?

Si! è vero!
Sta succedendo che siamo qui
Noi, tu,
adesso.

Senti! tra i miei occhi e i tuoi
e ad ogni contatto,
senti come s’infiamma questo cuore.

Sono qui per caso
e tu madre sei violenta,
sei un tormento che si placa
nell’inerzia delle ore tra i pasti.

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