Yoga in estate!

Continuano i corsi di yoga nel mese di luglio nei seguenti orari:

Lunedì 18.15-19.30
Giovedì 17.00-18.15
Casalecchio, accanto al Parco Talon

Martedì 9.00-10.15 via d’Azeglio 35 Bologna
18.30-19.45 piazza S. Stefano 15.

[email protected]
348/1202025

IN-CORPO / Pratiche corporee

Sabato 16 giugno  14:00-16:00 presso Centro Soma, Piazza Santo Stefano 15, Bologna

Studieremo come vivere il corpo nella maniera più rispettosa possibile, attraverso i principi della danza e delle arti marziali.

Esploreremo il rapporto con la gravità, la coordinazione, la centratura e l’intenzionalità. Capiremo come ridurre lo sforzo e favorire l’armonia, per un’economia del gesto.

Impareremo delle semplici ed efficaci tecniche di respirazione e di rilassamento per migliorare l’attenzione e la consapevolezza.

Sarai guidato in sequenze di movimento e sperimentazioni libere ad esplorare la tua espressività. Superando blocchi ed automatismi, incontrerai te stesso nei tuoi talenti e capacità

CALENDARIO
Sabato 13 Gennaio 10:30-12:30
Sabato 17 Febbraio 10:30-12:30
Sabato 10 Marzo 10:30-12:30
Sabato 21 Aprile 14:00-16:00
Sabato 19 Maggio 14:00-16:00
Sabato 16 Giugno 14:00-16:00
Sabato 7 Luglio 14:00-16:00

POSTI LIMITATI

Contributo comprensivo di iscrizione: 20 euro

E’ necessario prenotare scrivendo a [email protected] – 340 389 0 658 entro venerdì 15 giugno.

Per altre informazioni: [email protected]om

 

PATRIZIA CAPITANIO
Dal ’99 studio danza classica e contemporanea, scoprendo un forte interesse per l’improvvisazione e le arti marziali applicate alla danza. Ho studiato con alcuni maestri internazionali, tra cui Rick Nodine e Julyen Hamilton (composizione istantanea) e Ray Chung (contact improvisation).

Dal 2009 collaboro con l’associazione “Il volo” approfondendo pratiche di tai chi chuan, tecniche di eutonia, rilassamento e meditazione.

Nel 2011 mi laureo in Filosofia con una tesi intitolata “La danza, forma significativa del sentire”.

Partecipo alla Biennale di Venezia nel 2012 e 2013, nella sezione Invenzioni e Creazioni, studiando con Gabriela Carrizo (Peeping Tom) e Arkradi Zaides (Batsheva dance company).

Per molti anni pratico lo yoga Parinama con Bruno Baleotti e Paola Palmi. Incontro il maestro Ming Wong e pratico il Tai ki Kung.

L’incontro con la meditazione Vipassana integra la mia pratica di yoga con la meditazione.

Completo la formazione triennale per insegnanti di yoga condotta da Beatrice Benfenati (A.s.i.a.) e dal 2015 seguo il Maestro Franco Bertossa nella pratica di yoga, meditazione e ki-aikido.

Dolce Amaro

Oggi è tutto sbagliato,
c’è tanto dolore e non c’è forma.
Perché non muoio subito?

Equivoci.

In te ho visto la speranza del cambiamento.
Lasciar andare non vuol dire arrendersi,
ma restare nel presente.

E’ che così tanta bellezza
questo cuore non la può contenere
deve piangerla dagli occhi,
viverla nello spasmo dei visceri
esprimerla nel movimento delle danze.

Non so perché sono sensibile alla bellezza
e perché incarno la bellezza,
la sento possedermi
e fare di me un mucchietto di polvere.
Io non sono niente e sono tutto.

Bulbo che si appresta a nascere,
farfalla che ha già perso le ali,
morta prima di nascere.

Dove sono io se non sono mai stata?

Come appaiono insulse queste parole,
mi capacito dell’impossibilità di capacitarmi ed
è il massimo che mi sia dato di fare.

IN-CORPO Workshop / Festival Ritratti d’Artista

Il workshop si svolge in occasione del Festival RITRATTI D’artista – 4 danzatrici si raccontano – di Maria Angela Pespani. //youtu.be/bUq7ukgRqcQ

CONTENUTI:
Focus principale del workshop sarà la pratica del movimento nell’unione mente-corpo, attraverso sequenze guidate, improvvisazione e composizione istantanea, nel dialogo con l’aikido e lo yoga.

La prima fase riguarderà lo studio esperienziale dei principi dell’aikido, sia in esercizi di coordinazione e centratura che nell’interazione con la danza contemporanea, specialmente con la tecnica floor work e l’improvvisazione.

Sperimenteremo la necessaria relazione del movimento con il respiro per un corretto utilizzo del corpo nella dinamica, come nella stasi, attraverso elementi dello yoga (pranayama, chakra, allineamento posturale).

Lavoreremo sulla presenza e sull’attenzione attraverso esercizi che ci aiuteranno a studiare l’intenzionalità (aikido) e la lucidità mentale. Sequenze di movimenti, spostamenti nello spazio, esercizi a coppie, saranno i mezzi con cui cercheremo il giusto rapporto tra lo sguardo interno ed esterno.

Studieremo le nostre abitudini, automatismi, blocchi, come anche i nostri talenti, soprattutto nell’improvvisazione. L’invito sarà quello di portarci oltre il conosciuto per esplorare modi di muoverci nuovi, rispetto al quotidiano e rispetto ai cliché che molto spesso adottiamo senza esserne consapevoli.

Il laboratorio è aperto a tutti, sia ad esperti di movimento, attori, danzatori, sia a curiosi e amatori senza esperienza. E’ necessaria voglia di mettersi in gioco, spinta alla ricerca, un minimo di allenamento.

INFORMAZIONI:
Il laboratorio ha una durata di 6 ore complessive con un’ora di pausa pranzo condivisa (ognuno porta qualcosa di leggero: frutta, frutta secca, crackers, pane, bevande e molti liquidi). Si consigliano abiti comodi, cambi (magliette di riserva), ginocchiere.

Sabato 23 giugno 2018, dalle 10:00 alle 16:00 (1 ora di pausa) presso la Yurta dell’associazione Aps Vivo, frazione Rosara 104/l Ascoli Piceno.

Costo 40 euro, 30 euro per chi si iscrive entro il 20 maggio. Chiusura iscrizioni 16 giugno. Max 15 partecipanti. Info e prenotazioni: [email protected] / 348 1202025

PATRIZIA CAPITANIO
Dal 1999 studio danza classica e contemporanea, scoprendo un forte interesse per l’improvvisazione e le arti marziali applicate alla danza. Ho studiato con alcuni maestri internazionali, tra cui Rick Nodine, Julyen Hamilton (composizione istantanea), Ray Chung (contact improvisation), Company Blu

Dal 2009 studio  pratiche di tai chi chuan, tecniche di eutonia, rilassamento e meditazione, tecnica floor work con Nicola Laudati e Iris Erez.

Nel 2011 mi laureo in Filosofia con una tesi di ricerca su “La danza, forma significativa del sentire”.

Partecipo alla Biennale di Venezia nel 2012 e 2013, nella sezione Invenzioni e Creazioni, con Gabriela Carrizo (Peeping Tom) e Arkradi Zaides (Batsheva dance company).

Per molti anni pratico Iyengar yoga con Bruno Baleotti e Paola Palmi, nel 2012 incontro il maestro Ming Wong e inizio la pratica del Tai ki Kung.

L’incontro con la meditazione Vipassana integra la mia pratica di yoga con la meditazione, nonché il mio interesse per il movimento consapevole.

Nel 2016 completo la formazione triennale per insegnanti di yoga con Beatrice Benfenati (A.s.i.a.) e dal 2015 seguo il Maestro Franco Bertossa nella pratica di yoga, meditazione e ki-aikido.

Da diversi anni insegno yoga e porto avanti la mia ricerca sulle pratiche corporee, integrando i principi delle arti marziali con quelli della danza contemporanea. L’obiettivo è lavorare sempre più precisamente sull’unione mente-corpo, incrementare la consapevolezza e sviluppare la padronanza di tecniche che anche nel quotidiano, possano contribuire al maggior benessere. La mia ricerca cerca di trovare un dialogo proficuo tra interiorità ed esteriorità, integrando lo studio di sé alla necessità di espressione e al sentimento.

L’assoluto ha il tuo nome

Mi prende ora la morsa tra gola, stomaco e cuore
e c’è una specie di pudore
che mi impedisce di
 dirmi cosa sia
e
 di urlarlo al mondo.

Ma a te, a te lo direi.

Mi unirei in questo sogno di passione
in cui mi dimentico di me
pe
r un unirmi anche solo un istante
a
 quel Tutto in cui non c’è più agonia.

Probabilmente questo farò
nell’ultimo spiraglio di speranza,
prima del morire
la mia anima 
si era già ricongiunta con la tua.

Eravamo ancora due,
ma due in una fusione d’anime.
Nei tuoi occhi vedevo tutto il mondo
tr
ascorrere in un attimo e in quell’attimo
passare in rassegna le impressioni di una vita.

Qualcosa in me mi dice che è sbagliato,
che la verità non è questa,
le rassomiglia così bene,
che la sola idea di unire il mio corpo con il tuo
mi sa di appagamento e di speranza.

Anche l’unione sarà solo un breve istante
dal sapore d’infinità,
ma varrà la pena ancora e ancora,
come un fuoco che arde e brucia via le ceneri del dolore.

Questo amore per te vive dell’inappagamento,
non ha la forza della distanza e così patisce
e si rinfranca nella vicinanza della fantasia.

Ma come duole il mio cuore adesso
dell’immagine perduta nei tuoi occhi
dentro ai quali ho cercato
di poter ritrovare me stessa.

Dell’amore che si sprigiona tra la nostra pelle,
consumata eppure fresca 
di gioventù,
io mi rammarico
 e vivo in questa mancanza
che non rinfresca la
 sua sete di bellezza.

Non mi resta che il grigiore di questo alone di solitudine
che sempre mio compagno,
mi guarda in silenzio.

Penso al mio cuore che da solo non basta,
cos’altro mi aspetta dalle ceneri di me stessa?
La rinascita ancora cercandoti senza mai trovarti?

chi sei tu?

La danza espressiva

E’ una metodologia pedagogica rivolta a bambini e adolescenti che si basa sulla libera espressione e su un approccio creativo al movimento. La dimensione del gioco è l’aspetto fondamentale poiché consente al bambino di abbandonarsi alla scoperta del suo corpo in maniera libera e spontanea, al di là di strutture e passi codificati e al di là del giudizio. Si aprono per lui, infinite possibilità di movimento in relazione allo spazio, che può essere abitato in modi diversi e che generare storie diverse.

Sin dall’infanzia la danza è quasi naturale nei bambini, in modo spontaneo loro esplorano lo spazio con tutto il corpo: a gattoni, strisciando, facendo dei salti, arrampicandosi, afferrando, questa spontaneità è la base attraverso cui imparare a conoscere il corpo e a riconoscere le emozioni. Il bambino è invitato ad esplorare attraverso l’incoraggiamento dell’educatore alla fantasia: attraverso storie ispirate ai temi della natura, degli animali, colori, suoni e ritmi della musica. Queste storie e le emozioni che suscitano, prendono vita nel corpo attraverso la danza creando un’immediatezza espressiva, non filtrata dalle parole. Si creano così occasioni di condivisione e benessere spontanei, sia motori che intellettivi che facilitano e integrano l’apprendimento: non si comprende solo con il pensiero ma anche con il corpo.

Il ruolo dell’educatore
L’educatore della danza espressiva non cerca di insegnare una tecnica codificata, non ci sono parametri di “giusto” o “sbagliato”, né canoni di “bello” o “brutto”, piuttosto egli crea le condizioni per il bambino di esplorare e sperimentarsi in libertà in maniere serena. Questo processo è sostenuto dall’incoraggiamento allo sviluppo del talento del singolo attraverso l’osservazione di ciò che accade spontaneamente. Non ci sono coreografie confezionate, le danze emergono sempre dalle improvvisazioni dei bambini che vengono guidati a riconoscere il valore del proprio modo di sentire e interpretare le emozioni, la realtà e la fantasia. 

Un altro aspetto fondamentale è l’auto osservazione a cui il bambino viene istruito fin da piccolo e all’osservazione dell’altro da sé. Per quanto riguarda l’aspetto creativo, il bambino si avvale della tecnica dell’improvvisazione: l’educatore dà qualche elemento, un tracciato che può essere di vario genere: dall’esplorazione di un ritmo musicale, all’elaborazione di un’emozione, ad un aspetto prettamente cinestetico, sul quale il bambino può spaziare autonomamente. Questo permette un’immersione e un coinvolgimento tale da condurre il bambino a sviluppare la concentrazione poiché i suggerimenti dell’insegnante sono finalizzati ad un compito da realizzare (per esempio creare un pattern di movimenti, o giochi di riconoscimento-mimo). L’elemento della spontaneità non è da sottovalutare perché stimola il bambino a sviluppare l’interesse e la motivazione poiché parte da sé stesso sorprendendosi di ciò che trova. L’apprendimento si avvale quindi della scoperta e della sorpresa, in questo modo il bambino è il principale protagonista del processo, è coinvolto e si sperimenta in prima persona.

L’osservazione e l’autenticità
Attraverso l’improvvisazione, il bambino fin da piccolo è guidato a creare, quindi a prendere parte attiva nel processo di scoperta e conoscenza di sé. Per mezzo della relazione con l’altro inoltre può confrontarsi e capire fin da piccolo il valore della diversità. Ognuno ha il proprio talento e la propria lettura del mondo, la propria, unica capacità di sentire. Il confronto e la relazione con l’altro nel contesto creato dall’educatore, al di là delle categorie di giudizio e canoni estetici, direziona il percorso educativo-espressivo nella ricerca dell’autenticità. Una danza non dev’essere bella, dev’essere vera. Deve partire dall’autentico vissuto del bambino, dalla sua esperienza nel corpo e in ultimo dalla sua urgenza espressiva. Da qui poi il lavoro si apre ad una conoscenza più approfondita che potrà essere esplorata man mano che il bambino cresce, nel percorso del laboratorio filosofico e della meditazione.

Una lezione tipo
Si inizia con la proposta di giochi ed esercizi in cui il bambino è introdotto agli elementi base della motricità, sarà guidato un riscaldamento in cui vengono proposti esercizi base di danza e yoga, es. gli animali: posture statiche o dinamiche che imitano le movenze animali; Si sviluppa in una seconda parte più dinamica dedicata alla danza e all’improvvisazione esplorando lo spazio, es. il gioco dei livelli: rotolamenti a terra, movimenti a gattoni e in piedi e con percorsi di movimento libero supportati dall’uso delle immagini, dall’ascolto musicale e/o dagli oggetti; Si conclude con il rilassamento, esercizi di respiro e/o di manipolazione del corpo dell’altro: come una marionetta, come uno strumento musicale, come un oggetto in cui scoprire gli snodi,.. parte fondamentale in cui si sperimenta il contatto con l’altro e si prende confidenza con la struttura corporea.

Riepilogo degli obiettivi
Avvicinare alla consapevolezza corporea e ai principi base della motricità. Attraverso il gioco e i momenti d’improvvisazione, il bambino abita uno spazio di benessere e libertà nuovo in cui vivere l’esperienza di apprendimento. Comincia a visualizzare le parti del corpo, la sua struttura, le possibilità che ha di muoversi, al di là di quelle usuali. Inizia a capire il valore della coordinazione, imparando progressivamente ad organizzarsi in funzione del movimento. Sperimenta, ricerca le possibilità cinetiche, impara ad usare diverse coordinate di riferimento e livelli, sfruttando la terra come supporto per spostarsi da un lato all’altro della stanza, strisciando come un serpente o rotolando come una pietra da una collina. Inventa combinazioni dinamiche per esplorare il mondo a testa in giù, trasformandosi in una cavalletta o in forme geometriche.

Fornire gli elementi base sulla relazione con lo spazio. Il movimento si agisce tra lo spazio personale e lo spazio dell’altro, come occupare lo spazio? Verrà data particolare importanza all’apprendimento della facoltà di “ascoltare” questa relazione. Lo spazio diventa lo scenario di avventure, si anima e colora di elementi che suscitano una storia narrata dal movimento. Uno spazio dedicato all’esplorazione, in cui rotolarsi strisciare, diventare animali o acqua che scorre, in cui il corpo assume forme diverse e nascono danze. Lo spazio è abitato da altri animali, corpi che danzano, come mi relaziono a loro? Il rispetto dello spazio degli altri e lo spazio condivisibile.

Imparare a riconoscere e a sviluppare il ritmo. Quello interno del respiro, quello del gruppo e quello della musica, come questi si combinano insieme alla danza. Un ritmo può avere una tonalità, un’intensità, può veicolare sensazioni ed emozioni, può dare luogo ad una danza scatenata o trasportarci in una giungla. Ed è il ritmo che genera la danza o la danza che si adegua al ritmo? Come interpretare la musica e come rendere una pausa? Il corpo si congela e resta sospeso oppure si culla tra le note di un pianoforte, rimbalza al suono di una chitarra o si dimena a quello di un tamburo.

Sviluppare la memoria e la capacità di imitazione. Gli esercizi saranno ripetuti in ciascuna lezione, seppur subendo variazioni e arricchimenti, in modo da favorirne l’apprendimento e la memoria. È importante che i bambini imparino a riconoscere le posizioni e i giochi proposti, questo allena l’intelligenza corporea e la capacità di discernimento. Inoltre è fondamentale per stimolare alla precisione nell’osservazione, comprendendo che il linguaggio della danza, nonostante la libertà espressiva, richiede un codice come qualunque altro linguaggio che ne consente la comprensibilità e la funzionalità. Questo conferisce rigore alla pratica, un ritmo e una struttura di riferimento che delimita i confini tra gioco e lavoro.

Incoraggiare alla creativitàImprovvisando, inventando figure, immagini, dandogli voce con le movenze, tutto può prendere forma, tutto diventa possibile. La danza così intesa, libera dalle strutture del senso e dà spazio all’interiorità, alla fantasia, nutrendo la componente espressiva del bambino che non deve possedere un particolare talento per poter danzare. Incoraggiare alla creatività genera fiducia in sé stessi, poiché i bambini si sentono liberi e dunque capaci di sperimentare autonomamente. Inoltre produce un momento di benessere in cui perdersi nel gioco e insieme imparare.

Accrescere l’autostima e la fiducia in sé e nell’altroAcquisendo una maggiore familiarità col proprio corpo, i bambini migliorano il rapporto con loro stessi. Inoltre i momenti di libertà espressiva con il gruppo, rappresentano uno spazio di condivisione e di esperienza che consolida il senso di appartenenza e la fiducia nell’altro. L’importanza della libera espressione attraverso la danza sta proprio nel fatto che ogni danza porta con sé l’intimo di ciascuno e quest’immediatezza comunica senza filtri e avvicina. Nei momenti di improvvisazione ciascuno può osservare e riconoscersi nell’altro, compartecipando all’esperienza espressiva e raccontando qualcosa di suo.

Laboratori attivi di danza espressiva
Dal 25 settembre 2017 lunedì 17.30-19.00 (6-11 anni) presso Associazione Rosencrantz&Guildenstern.
Dal 2 ottobre 2017 venerdì 17.00-18.15 (3-6 anni) presso Centro Soma.

Sede dei corsi:
Associazione Rosencrantz&Guildenstern, via G. Dagnini, 16/2 – Bologna
Centro Soma, Piazza Santo Stefano, 15 – Bologna
Info e prenotazioni:
348/12020025

www.educazionecreativa.it

 

L’urgenza, il sentire che muove

I progetti più grandi nascono da un’urgenza.

Un’urgenza nasce da un sentire di necessità che poggia su un’accurata riflessione criticaUn’accurata riflessione critica nasce dal riconoscimento e dalla frequentazione di un sentire di fondo che che ci tiene vivi, per cui vale la pena vivere e che vogliamo capire. Questo sentire di fondo necessita il corpo e necessita una rete di significati che possano accoglierlo ed elaborarlo in maniera convincente e che non lasci spazio a dubbi e perplessità.

E’ questo sentire che alimenta il nostro interesse, è il propulsore della scoperta, della ricerca che compiamo ad ogni istante, della nascita stessa delle domande che siamo in grado di farci, è la spinta a trovare la lettura più corrispondente alla natura delle cose.

Tuttavia sarebbe ingenuo pensare che questa natura fenomenica, non sia in dialogo con la nostra stessa capacità di vedere, con il nostro bagaglio culturale, educativo e soprattutto non possiamo ignorare il fatto fondamentale: la ricerca è mossa da una domanda ben precisa, che anche se non consapevole, ci spinge senza sosta e chiede di essere risolta.

Diventa cruciale nella riflessione allora porsi in dialogo con sé stessi, un dialogo intimo ed onesto e chiederci sulla motivazione che ci muove e che sembra indicarci una direzione. Cos’è che ci muove dunque? Cosa sto cercando? Poiché solo definendo precisamente e chiaramente tale questione, saprò di avere o non avere trovato l’oggetto della ricerca.

Le motivazioni possono essere svariate: riconoscimenti, gratificazioni, bisogno di controllo, comprensione fenomenica, ricerca di significato, necessità di verità, bisogno di prestigio, potere, sollievo dall’angoscia, …

Che cosa davvero mi spinge? Per che cosa vale davvero la pena cercare e dunque vivere, poiché cos’è vivere se non questa tensione sentita e sofferta che cerca di capire e di spiegarsi, nei termini più disparati, della sua esperienza?

Se tale questione non viene affrontata come preambolo necessario e culturalmente imprescindibile per l’adultità, allora a mio avviso si sta girando a vuoto, si inseguono fuochi fatui, si è in preda al sensismo e al nichilismo in una sorta di atteggiamento di sordità e superficialità nei confronti delle questioni fondamentali. Questo ahimè l’atteggiamento generalizzato del nostro secolo in cui l’indagine filosofica in prima persona, la questione etica e la morale sono diventate chimere, valori e prassi dimenticate, arretrate. Il disagio si pone solo in termini di malattia o di problema da eliminare, da sedare, trattato in terapia psicologica o semplicemente ignorato dal paradigma del modello scientifico tecnologico dominante.

E dunque per cosa vale la pena vivere? E’possibile sviscerarsi e sviscerare la questione fondamentale così che accada di trovare inaspettatamente un terreno su cui poggiare, valori a cui sentire di dovere fedeltà, ideali che si fondano su una corrispondenza di azioni pratiche e concrete di un retto agire quotidianoSentirsi investiti da questa urgenza, che ti costringe e non somiglia più ad una volontà (e questo è sorprendente!), a metterti al servizio di essa e di fare, concretamente ciò che il sentire fondamentale ti chiede?

Come capire
le modalità di  mettersi in dialogo intimo con tale sentire da riconoscerlo nel corpo e nei significati, fino ad intuirne e comprenderne profondamente l’aspetto etico e di fedeltà che chiede in ultimo all’agire?

Questo dovrebbe essere 
il vero progetto culturale a cui ambire, che poggi sulla retta motivazione, che poggi sul retto sentire compreso e riconosciuto come tale, sviscerato dalla volontà.

Questo è a mio avviso il compito dell’educazione: 
formare individui che possano contribuire al miglioramento dell’umanità, grazie al miglioramento su loro stessi.

L’educazione è il cancro della cultura

Ci risiamo, scaricata due volte in un mese perché chiedevo che i miei diritti di lavoratrice, educatrice fossero tutelati e garantiti. Perché, diversamente dalla maggior parte delle persone, non mi presto più allo sfruttamento perché i miei valori sono più preziosi dello stipendio facile, perché so che questa tensione e senso di ingiustizia non fa bene a me e ricadrebbe sul bambino-ragazzo del quale mi occuperei, con conseguenze fallimentari sulla sua crescita e apprendimento.

Sono così arrabbiata e frustrata che non so con chi prendermela, perché qui sarebbe di scendere in piazza e fare una rivoluzione, ma una rivoluzione per chi? e con chi?

Qui mi sembra di essere un alieno perché credo che bisogna rifiutare il lavoro in nero e pretendere tutela, pretendere di rispettare il proprio diritto ad essere ammalati e ad essere sostenuti se non si può lavorare, diritto ad essere sostenuti a fare una famiglia e alla maternità, diritto ai contributi perché non si può lavorare tutta la vita, diritto alle ferie, perché è necessario rigenerarsi senza avere l’acqua alla gola di non star guadagnando. Ma sono una voce che urla e finisce ai margini perché c’è sempre chi è disposto o forse più disperato, che accetta, accetta lo sfruttamento per soldi facili e veloci, senza garanzie. Ma chi chiedo, che garanzie può dare una persona così, che esperienza ha e che valori lo sostengono? Ma soprattutto mi chiedo, perché deve occuparsi del delicato tema dell’educazione, di formare un bambino, ragazzo, senza competenze né vero interesse, nel momento più delicato e prezioso della sua storia? perché i genitori lo consentono?

Perché la nostra è una società che non si fonda sulla cultura, ma sul denaro e in base a questo stabilisce i valori che la muovono. Sono allibita e nauseata di quest’Italia che procede verso il degrado culturale, verso l’annichilimento delle coscienze e del pensiero che si incrosta e smette di stimolare il senso critico, perché non si hanno opinioni personali, non si prende mai parte attiva, si evitano gli schieramenti, siamo solo in grado di andare avanti per consuetudini e timori talmente incorporati, che ci muovono inconsapevolmente nel mondo.

E’ successo ancora stamattina, ormai i rapporti di lavoro viaggiano sulle chat, facebook, wap, non esistono più i colloqui di persona, ci sono solo dati, messaggini, emoticon, nemmeno le telefonate, prendono troppo tempo, anche se si tratta di valutare l’educatore per il proprio figlio. Lo si fa tramite wap: ci sei alle mie condizioni? si, bene, preso!

Ancora una volta (due in questo mese) di una mamma che mi scarica perché le chiedo di essere pagata il giusto o di essere messa in regola, ho una laurea, competenze, esperienza lavorative, eppure ha vinto il denaro: meglio la studentessa che lo fa per 8 euro l’ora in nero.  Ma questa è prassi, normalità soprattutto nel settore educazione, andare al risparmio è il valore piuttosto che cercare la qualità e la continuità di una persona competente.

Questo perché la cultura è temuta, non è richiesta perché se si attivasse quella facoltà chiamata pensiero pensante, ragionamento, critica oggi giorno, si dovrebbe rivoluzionare il sistema, oppure si resterebbe ai margini, isolati e chi è disposto a ciò? e anche chi può permetterselo? O un rivoluzionario o un eroe, perché se ormai i termini sono cultura e sopravvivenza, si sceglie la seconda, chi è che sceglie i propri valori pur di morire di fame? solo uno sciocco. Invito ad una riflessione su tale questione, a mio avviso cruciale, perché a causa di questo atteggiamento dell’italiano medio, questo paese è diventato quello che è, ha smesso di credere e di credersi, è incancrenito e sta regredendo ad una miseria culturale che non siam più degni di essere pensati come individui.

L’individuo dei tempi della filosofia si interrogava e utilizzava le sue facoltà, conosceva sé stesso, l’individuo era il valore come la cultura. Oggi siamo noi stessi a sfruttare noi stessi, senza nemmeno la consapevolezza, o gli strumenti. Semplicemente ci sottoponiamo volontariamente allo sfruttamento, perché non sappiamo più pensare, formarci un’opinione, stiamo attraversando una tale crisi di valori che non abbiamo i mezzi per reagire. Non ci sono alternative, la creatività è bandita, è superflua, perdiamo tempo, non si guadagna niente, perciò tiriamo avanti, e per timore ci ingoiamo le frustrazioni e gli abusi perché è prassi del sistema socio politico culturale in cui viviamo, perché si fa così, non sappiamo dare una spiegazione valida, convincente, si fa così e basta.

E questo essere umano per me non è degno di essere chiamato tale, poiché ha smesso di coltivarsi come tale, non sa chi è, cosa significa pensare, cosa significa essere uomo, non si interroga, solo sopravvive o meglio resta in vita aspettando la morte, non contribuisce al miglioramento della società, pensa in termini estremamente personali, a come sopravvivere lui stesso. Insomma è stremato, non può dedicarsi alla riflessione, non ha il tempo, non ha l’atteggiamento giusto, è spaventato. Che posto ha dunque la cultura in tutto questo? 

Troppo vicino

Stamattina nei nostri silenzi,
sentivo da cuore a cuore un legame divino
lambire la tua pelle a contatto con la mia
come due involucri di carta,
così fragili e precari.

Sembrava che il silenzio
fosse l’unica risposta per affrontare questa battaglia,
questo contatto scottante che sembra tacere
e al tempo stesso reclamare pietà.

Subito dopo la rabbia,
protagonista di questa prigione
che ci incatena qui,
corpi invischiati nell’incapacitazione di sé stessi,
anime fustigate alla non libertà,
a questa eternità impossibile ed irrequieta.

Noi che non sappiamo stare in noi stessi
e ci specchiamo negli occhi tuoi e miei
e ci imploriamo.

Ci auguriamo in quegli sguardi inadatti,
che cercano di correggersi
per il loro essere inappropriati,
di trovare in quell’impossibilità di espressione,
un accenno di comprensione intima,
di compagnia
in questo abissale viaggio.

Ho cercato di non dirmi, ma di sentire il cuore
e l’ho trovato,
pur sfuggendomi via
con quell’imbarazzo che mi sfida e mi sorprende
quando mi accorgo di me
e del miracolo che sono, seppur miseramente e debolmente
essere umano.

Una tale intensità mi richiede preghiera e
bestemmia, silenzio e urla di ribellione.
Il pianto o la follia,
entrambe mi lasciano finalmente esausta
e strenuamente mi accompagnano
verso l’oblio.

Dove è finito l’uomo?

In questo periodo in cui mi ritrovo a sfogliare diversi manuali di sociologia, antropologia, psicologia,.. imbatto nel pensiero occidentale chiarendone sempre più le fondamenta. Si evince nella storia dell’uomo una regolarità indiscutibile: la ricerca di comprensione del mondo e la ricerca di comprensione di sé stesso inserito nell’esperienza del mondo.

In tutte le discipline e correnti di pensiero, l’essere umano ha sempre tentato di tematizzare l’esperienza, di narrarla nei termini più precisi e convincenti possibili e lo ha fatto seppur con diversi metodi e credenze, sempre mosso dalla medesima spinta, il bisogno di capire che nasce dall’intima mancanza di comprensione e dalla sofferenza che questa condizione originaria genera.

Tuttavia se nei primordi della cosiddetta civiltà, questo problema cercava soluzione nei termini della filosofia, progressivamente con l’avvento dell’epoca moderna e con la svolta decisiva a favore della scienza, l’indagine ha cambiato completamente registro e si è imposta oggi ignorando ed escludendo da sé stessa, quelle tematiche che non potevamo essere oggetto di riflessione (meglio dire oggi di studio) attraverso il metodo ormai vigente, quello scientifico. Se le domande sul senso dell’esistenza e sui temi salienti di cui si occupava la riflessione filosofica come l’indagine sui significati quali uomo, vita, morte, mondo, pensiero, conoscenza, sentimento, etc. sono svanite dal nostro contesto culturale, allora dov’è finito l’uomo? 

L’uomo oscilla tra il puro nichilismo e il relativismo assoluto, tra la tecnologia che ne anestetizza il pensiero e il sentimento alla mercificazione di sé stesso e dei rapporti sociali. L’uomo è diventato un surrogato della politica, dell’economia, della tecnologia. L’uomo, colui che era inteso come individuo capace di pensiero e di indagine filosofica, si è estinto, è considerato oggi un ingombrante peso perché non rientra nelle dinamiche economiche vigenti, nei meccanismi tecnologici, non può essere studiato in termini di misura, classificazione, è una variabile troppo amorfa per sottostare al controllo e alle teorie, si ribellerebbe.

L’uomo capace di pensiero e con pensiero intendo il pensiero fondamentale sull’uomo, (…l’indagine sui significati quali uomo, vita, morte, mondo, pensiero, conoscenza, sentimento, etc.) non può essere inglobato nel sistema in cui viviamo poiché il paradigma culturale dominante, quello scientifico-tecnologico, non contempla per suo statuto tale tipo di pensiero e dunque di riflessione (vedi Franco Bertossa e la riflessione filosofica nel dialogo con la scienza). Perciò il contesto culturale di matrice tecnologico scientifica in cui viviamo non se ne occupa e questo in realtà è un bene, è un bene che la scienza riconosca di non avere alcuna validità nell’indagine filosofica, ma mi chiedo dove sia finita la controparte?

Dove, in quale ambito di riflessione e in quale campo di indagine in Occidente, allora esplorare tale natura umana, tale pensiero, il senso dell’essere, la questione filosofica nel nostro secolo, nel secolo della tecnologia e dell’economia, della scienza e della fine dei valori religiosi e in gran parte anche morali, dove? e poi come?

Questo è un secolo spento i cui protagonisti non sono soggetti pensanti, esseri umani, piuttosto individui anestetizzati che non avvertono nemmeno più quella sofferenza che si riconduce alla mancanza di comprensione originaria, perché la ignorano, non sanno che c’è e non sanno individuarla. La sofferenza è intesa nei termini meccanicistici, è curabile con la scienza, non con l’esperienza di indagine in prima persona.

Siamo all’interno di una diffusa incapacità, siamo perduti, non abbiamo punti di riferimento né valori a cui aggrapparci per rimanere saldi, nessuna certezza, nessuna capacità di pensiero fondamentale, relativismo assoluto, dove poggiarci in ultimo? su cosa fondare questo nostro transitare nel mondo?

Dov’è finita l’etica personale se non sappiamo su cosa fondare il nostro agire, se non sappiamo distinguere i valori e i principi fondamentali? Se l’uomo ha smesso di essere fedele alla sua natura, è rimasto un surrogato dell’uomo che non sa più chi è e in quali termini relazionarsi a sé stesso.

La filosofia prima ancora che indagine speculativa, è nata dalla necessità pratica di trovare corrispondenza tra il modo di vivere e i principi della riflessione e del pensiero personale. E’ nata quindi insieme ad un’esigenza etica ed estremamente pragmatica, una riflessione quindi radicata nell’esperienza in prima persona.

Questo approccio al problema esistenziale dell’uomo è ormai una chimera ed è doveroso allora chiedersi del futuro e del contributo possibile in tale senso. Che ne sarà dell’uomo nelle generazioni future? cosa possiamo fare per ricominciare a chiederci, ad essere capaci di farci queste domande se il contesto culturale in cui viviamo non le accoglie?

La risposta che sempre più mi convince è che è proprio nella creazione di una cultura la risposta, una cultura che accolga il fiorire delle domande filosofiche. Come si crea cultura? Educare a  “saper pensare” le generazioni future. A proposito un interessante articolo di Franco Bertossa sull’educazione.