L’educazione è il cancro della cultura

Ci risiamo, scaricata due volte in un mese perché chiedevo che i miei diritti di lavoratrice, educatrice fossero tutelati e garantiti. Perché, diversamente dalla maggior parte delle persone, non mi presto più allo sfruttamento perché i miei valori sono più preziosi dello stipendio facile, perché so che questa tensione e senso di ingiustizia non fa bene a me e ricadrebbe sul bambino-ragazzo del quale mi occuperei, con conseguenze fallimentari sulla sua crescita e apprendimento.

Sono così arrabbiata e frustrata che non so con chi prendermela, perché qui sarebbe di scendere in piazza e fare una rivoluzione, ma una rivoluzione per chi? e con chi?

Qui mi sembra di essere un alieno perché credo che bisogna rifiutare il lavoro in nero e pretendere tutela, pretendere di rispettare il proprio diritto ad essere ammalati e ad essere sostenuti se non si può lavorare, diritto ad essere sostenuti a fare una famiglia e alla maternità, diritto ai contributi perché non si può lavorare tutta la vita, diritto alle ferie, perché è necessario rigenerarsi senza avere l’acqua alla gola di non star guadagnando. Ma sono una voce che urla e finisce ai margini perché c’è sempre chi è disposto o forse più disperato, che accetta, accetta lo sfruttamento per soldi facili e veloci, senza garanzie. Ma chi chiedo, che garanzie può dare una persona così, che esperienza ha e che valori lo sostengono? Ma soprattutto mi chiedo, perché deve occuparsi del delicato tema dell’educazione, di formare un bambino, ragazzo, senza competenze né vero interesse, nel momento più delicato e prezioso della sua storia? perché i genitori lo consentono?

Perché la nostra è una società che non si fonda sulla cultura, ma sul denaro e in base a questo stabilisce i valori che la muovono. Sono allibita e nauseata di quest’Italia che procede verso il degrado culturale, verso l’annichilimento delle coscienze e del pensiero che si incrosta e smette di stimolare il senso critico, perché non si hanno opinioni personali, non si prende mai parte attiva, si evitano gli schieramenti, siamo solo in grado di andare avanti per consuetudini e timori talmente incorporati, che ci muovono inconsapevolmente nel mondo.

E’ successo ancora stamattina, ormai i rapporti di lavoro viaggiano sulle chat, facebook, wap, non esistono più i colloqui di persona, ci sono solo dati, messaggini, emoticon, nemmeno le telefonate, prendono troppo tempo, anche se si tratta di valutare l’educatore per il proprio figlio. Lo si fa tramite wap: ci sei alle mie condizioni? si, bene, preso!

Ancora una volta (due in questo mese) di una mamma che mi scarica perché le chiedo di essere pagata il giusto o di essere messa in regola, ho una laurea, competenze, esperienza lavorative, eppure ha vinto il denaro: meglio la studentessa che lo fa per 8 euro l’ora in nero.  Ma questa è prassi, normalità soprattutto nel settore educazione, andare al risparmio è il valore piuttosto che cercare la qualità e la continuità di una persona competente.

Questo perché la cultura è temuta, non è richiesta perché se si attivasse quella facoltà chiamata pensiero pensante, ragionamento, critica oggi giorno, si dovrebbe rivoluzionare il sistema, oppure si resterebbe ai margini, isolati e chi è disposto a ciò? e anche chi può permetterselo? O un rivoluzionario o un eroe, perché se ormai i termini sono cultura e sopravvivenza, si sceglie la seconda, chi è che sceglie i propri valori pur di morire di fame? solo uno sciocco. Invito ad una riflessione su tale questione, a mio avviso cruciale, perché a causa di questo atteggiamento dell’italiano medio, questo paese è diventato quello che è, ha smesso di credere e di credersi, è incancrenito e sta regredendo ad una miseria culturale che non siam più degni di essere pensati come individui.

L’individuo dei tempi della filosofia si interrogava e utilizzava le sue facoltà, conosceva sé stesso, l’individuo era il valore come la cultura. Oggi siamo noi stessi a sfruttare noi stessi, senza nemmeno la consapevolezza, o gli strumenti. Semplicemente ci sottoponiamo volontariamente allo sfruttamento, perché non sappiamo più pensare, formarci un’opinione, stiamo attraversando una tale crisi di valori che non abbiamo i mezzi per reagire. Non ci sono alternative, la creatività è bandita, è superflua, perdiamo tempo, non si guadagna niente, perciò tiriamo avanti, e per timore ci ingoiamo le frustrazioni e gli abusi perché è prassi del sistema socio politico culturale in cui viviamo, perché si fa così, non sappiamo dare una spiegazione valida, convincente, si fa così e basta.

E questo essere umano per me non è degno di essere chiamato tale, poiché ha smesso di coltivarsi come tale, non sa chi è, cosa significa pensare, cosa significa essere uomo, non si interroga, solo sopravvive o meglio resta in vita aspettando la morte, non contribuisce al miglioramento della società, pensa in termini estremamente personali, a come sopravvivere lui stesso. Insomma è stremato, non può dedicarsi alla riflessione, non ha il tempo, non ha l’atteggiamento giusto, è spaventato. Che posto ha dunque la cultura in tutto questo? 

4 risposte a “L’educazione è il cancro della cultura”

    1. Ciao Francesco, il sottotitolo è chiaramente una citazione simbolica, rimanda all’apertura nel prendere una strada rispetto ad un’altra e al particolare sapore emotivo che tale apertura porta con sé. Per piccoli passi certamente la direzione sembra essere chiara, ma sei davvero così certo di sapere dove ti porterà? “Non sapere dove andare mi indica la strada” nel senso che mi pone in un atteggiamento di ascolto in cui restare aperta nel riconoscere la direzione. Non sapere in senso egoico, intellettuale, ma comunque manifestazione di una sapienza altra: se in fondo la strada si fa.

  1. Ciao Patrizia, ho letto con piacere e dispiacere quanto hai scritto.
    Il mio piacere nasce dalla percepibile passione che emani tu, si capisce che puoi e vuoi offrire tanto, il dispiacere, ovviamente, per le cose che devi affrontare.
    Che tipo di persona/guerriera sei: sei coraggiosa, sei audace ecco forse sei troppo per questo mondo di minestrine diluite, ma che appena può una bella pugnalata alle spalle te la dà. Purtroppo bisogna mettersi a confronto e collaborare con e in questa realtà
    Far bene e far del bene sono due cose distinte e possibilmente da gestire con molta saggezza, più persone conosco e più noto che sono vittime del loro ego e quindi piuttosto di collaborare, venire incontro alle persone, le affossano per non avere concorrenza. Per non parlare del dio denaro, è un fattore determinante che incatena tutti in una serie di compromessi ecc… Il prossimo ha le stesse esigenze che hai tu, ma le reazioni che ognuno di noi ha sono diversissime, per fortuna direi, quindi c’è speranza, cerca quelle persone che davanti ad un ostacolo ad un fallimento non scaricano su di te il loro malessere. E se il non sapere dove andare significasse invece essere come il Colosseo senza finestre accogliere il bello e il cattivo tempo e riproporsi giorno dopo giorno dopo giorno?

    1. Ciao Andrea, ti ringrazio per l’intervento. Certo accogliere profondamente la consapevolezza di non sapere può sembrare una fragilità, in verità poterlo riconoscere è una forma di coraggio e di sapienza, solo non nota all’occidentale che invece presume che classificando un numero sempre maggiore di dati lui possa acquisire conoscenza. Ma sul significato che questa indica vige l’assoluta ignoranza. Tutta la mia riflessione comunque non può non intrecciarsi profondamente sull’aspetto etico dell’agire,é lì che possiamo valutare e stimare su quali valori poggiamo le nostre azioni, accorgendoci spesso della discrepanza tra l’ideale che abbiamo di noi stessi e realtà.

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