Dove è finito l’uomo?

In questo periodo in cui mi ritrovo a sfogliare diversi manuali di sociologia, antropologia, psicologia,.. imbatto nel pensiero occidentale chiarendone sempre più le fondamenta. Si evince nella storia dell’uomo una regolarità indiscutibile: la ricerca di comprensione del mondo e la ricerca di comprensione di sé stesso inserito nell’esperienza del mondo.

In tutte le discipline e correnti di pensiero, l’essere umano ha sempre tentato di tematizzare l’esperienza, di narrarla nei termini più precisi e convincenti possibili e lo ha fatto seppur con diversi metodi e credenze, sempre mosso dalla medesima spinta, il bisogno di capire che nasce dall’intima mancanza di comprensione e dalla sofferenza che questa condizione originaria genera.

Tuttavia se nei primordi della cosiddetta civiltà, questo problema cercava soluzione nei termini della filosofia, progressivamente con l’avvento dell’epoca moderna e con la svolta decisiva a favore della scienza, l’indagine ha cambiato completamente registro e si è imposta oggi ignorando ed escludendo da sé stessa, quelle tematiche che non potevamo essere oggetto di riflessione (meglio dire oggi di studio) attraverso il metodo ormai vigente, quello scientifico. Se le domande sul senso dell’esistenza e sui temi salienti di cui si occupava la riflessione filosofica come l’indagine sui significati quali uomo, vita, morte, mondo, pensiero, conoscenza, sentimento, etc. sono svanite dal nostro contesto culturale, allora dov’è finito l’uomo? 

L’uomo oscilla tra il puro nichilismo e il relativismo assoluto, tra la tecnologia che ne anestetizza il pensiero e il sentimento alla mercificazione di sé stesso e dei rapporti sociali. L’uomo è diventato un surrogato della politica, dell’economia, della tecnologia. L’uomo, colui che era inteso come individuo capace di pensiero e di indagine filosofica, si è estinto, è considerato oggi un ingombrante peso perché non rientra nelle dinamiche economiche vigenti, nei meccanismi tecnologici, non può essere studiato in termini di misura, classificazione, è una variabile troppo amorfa per sottostare al controllo e alle teorie, si ribellerebbe.

L’uomo capace di pensiero e con pensiero intendo il pensiero fondamentale sull’uomo, (…l’indagine sui significati quali uomo, vita, morte, mondo, pensiero, conoscenza, sentimento, etc.) non può essere inglobato nel sistema in cui viviamo poiché il paradigma culturale dominante, quello scientifico-tecnologico, non contempla per suo statuto tale tipo di pensiero e dunque di riflessione (vedi Franco Bertossa e la riflessione filosofica nel dialogo con la scienza). Perciò il contesto culturale di matrice tecnologico scientifica in cui viviamo non se ne occupa e questo in realtà è un bene, è un bene che la scienza riconosca di non avere alcuna validità nell’indagine filosofica, ma mi chiedo dove sia finita la controparte?

Dove, in quale ambito di riflessione e in quale campo di indagine in Occidente, allora esplorare tale natura umana, tale pensiero, il senso dell’essere, la questione filosofica nel nostro secolo, nel secolo della tecnologia e dell’economia, della scienza e della fine dei valori religiosi e in gran parte anche morali, dove? e poi come?

Questo è un secolo spento i cui protagonisti non sono soggetti pensanti, esseri umani, piuttosto individui anestetizzati che non avvertono nemmeno più quella sofferenza che si riconduce alla mancanza di comprensione originaria, perché la ignorano, non sanno che c’è e non sanno individuarla. La sofferenza è intesa nei termini meccanicistici, è curabile con la scienza, non con l’esperienza di indagine in prima persona.

Siamo all’interno di una diffusa incapacità, siamo perduti, non abbiamo punti di riferimento né valori a cui aggrapparci per rimanere saldi, nessuna certezza, nessuna capacità di pensiero fondamentale, relativismo assoluto, dove poggiarci in ultimo? su cosa fondare questo nostro transitare nel mondo?

Dov’è finita l’etica personale se non sappiamo su cosa fondare il nostro agire, se non sappiamo distinguere i valori e i principi fondamentali? Se l’uomo ha smesso di essere fedele alla sua natura, è rimasto un surrogato dell’uomo che non sa più chi è e in quali termini relazionarsi a sé stesso.

La filosofia prima ancora che indagine speculativa, è nata dalla necessità pratica di trovare corrispondenza tra il modo di vivere e i principi della riflessione e del pensiero personale. E’ nata quindi insieme ad un’esigenza etica ed estremamente pragmatica, una riflessione quindi radicata nell’esperienza in prima persona.

Questo approccio al problema esistenziale dell’uomo è ormai una chimera ed è doveroso allora chiedersi del futuro e del contributo possibile in tale senso. Che ne sarà dell’uomo nelle generazioni future? cosa possiamo fare per ricominciare a chiederci, ad essere capaci di farci queste domande se il contesto culturale in cui viviamo non le accoglie?

La risposta che sempre più mi convince è che è proprio nella creazione di una cultura la risposta, una cultura che accolga il fiorire delle domande filosofiche. Come si crea cultura? Educare a  “saper pensare” le generazioni future. A proposito un interessante articolo di Franco Bertossa sull’educazione.

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